Festival di Cannes: la cultura salverà l’Iran, di Reza Rashidy

Il Premio speciale del 77° Festival di Cannes, assegnato dalla giuria presieduta da Greta Gerwig, è stato vinto dal film “The seed of the sacred fig” (Il seme del fico sacro) di Mohammad Rasoulof.

Il seme del fico sacro” passato in concorso al Festival di Cannes, è un affresco fedele, lucido e agghiacciante del sistema totalitario ed oppressivo al potere in Iran da 45 anni. Una fotografia ancora più efficace perché vista dall’interno di una famiglia di Teheran, certo non una famiglia qualsiasi, ma perfetta per rappresentare quella trasformazione della società iraniana rispecchiata nei lunghi mesi di protesta nelle strade e piazze a seguito del barbaro assassinio perpetrato dalla polizia morale il 16 settembre 2022, nei confronti di Jina Amini, una ragazza ventiduenne colpevole di non aver rispettato le regole del hejab islamico.

La possente protesta ha unito uomini, donne e giovani nella cifra “donna vita libertà”, dando avvio ad una rivoluzione sociale, culturale e politica tuttora in divenire, che dopo aver dato un pesante tributo di martiri ora è passata alla clandestinità e alla disobbedienza civile.

Questa data è diventata lo spartiacque tra prima e dopo la rivoluzione di Jina in tutti gli ambiti: costume, tradizioni, arte, letteratura, musica, ma soprattutto il cinema, essendo quest’ultimo l’ambito privilegiato della censura, dell’oppressione e della repressione.

Alcune protagoniste del film “Il seme del fico sacro”. Da sinistra, Setareh Maleki, Amineh Arami, Mahsa Rostami e Neyusha Akhshi

La disobbedienza civile investe appieno la cinematografia iraniana e si assiste al boom del cinema underground sempre esistito in Iran, del quale Panahi e Rasoulof sono i maggiori e più autorevoli rappresentanti, ma è solo dopo l’uccisione di Jina che si assiste ad un vero e proprio boom del cinema clandestino costretto a trasferirsi in quest’ambito per salvaguardare una sopravvivenza dignitosa. La filmografia underground viene riconosciuta oggi come unica autorevole rappresentante del cinema iraniano nelle più importanti rassegne internazionali. I film che in questo breve periodo sono stati ammessi alle rassegne internazionali, e in molti casi risultati vincenti di importanti premi e autorevoli riconoscimenti, sono numerosi: “Tatami” e “Kafka a Teheran” sono solo alcuni esempi.  Secondo informazioni fornite dalla direzione del Festival di Cannes, solo per l’edizione 2024, la rassegna ha ricevuto ben 71 opere da altrettanti registi Iraniani indipendenti: si tratta di 71 film, compresi lungometraggi, cortometraggi e documentari.

Di fatto il cinema ufficiale autorizzato dal governo quasi scompare dalla scena dei festival internazionali.

Il seme del fico sacro” di Rasoulof è un esempio alto della cinematografia clandestina ed emblema della possente disobbedienza civile in corso nella società iraniana.

Mohammad Rasoulof al Festival di Cannes 2024 (Wikimedia Commons)

Il regista

Nel febbraio del 2020, alla 70^ Berlinale Rasoulof vince l’Orso d’oro per il film There Is No Evil (titolo italiano: Il male non esiste), premio ritirato da Baran Rasulof, figlia del regista, essendo lui agli arresti domiciliari a Tehran. Rasoulof è stato incarcerato diverse volte dal regime per i suoi film e la sua stessa vita potrebbe costituire il soggetto ideale per un film sulla resistenza e disobbedienza civile nei confronti di un regime totalitario e oppressivo. Circa sei settimane fa il tribunale islamico gli ha comunicato la conferma di una sentenza per una nuova carcerazione di cinque anni, intimandogli di presentarsi in prigione. Rasoulof che aveva già inviato il suo ultimo lavoro “Il seme del fico sacro” al festival di Cannes, “per non spegnere la sua telecamera” è riuscito a fuggire clandestinamente dall’Iran.

La sua perigliosa fuga a piedi dall’Iran è durata 28 giorni, attraversando il confine, superando montagne innevate, con l’approdo in Germania e lo spostamento in Francia senza documenti, perché il suo passaporto era stato sequestrato nel 2017 al ritorno in Iran da Cannes, dove era stato premiato per A man of integrity

Così ha potuto assistere allo standing ovation di 12 minuti al Gran Théâtre Lumiere in occasione della proiezione ufficiale del film.

Dal film “Il seme del fico sacro”. Mahsa Rostami al centro, e poi Soheila Golestani e Setareh Malek

Il film

Iman appare come una persona normale, un magistrato capace di avere anche momentanei lampi di crisi quando deve apporre la sua firma per un mandato d’esecuzione, ma sa che deve dar prova di risolutezza e rigidità per la sua carriera; egli crede fermamente nel rispetto delle gerarchie ed è un uomo molto religioso, infatti nel film lo si vede pregare ogni mattina.

Per quanto riguarda moglie e figlie, esse sono anni luce avanti a lui, ognuna secondo la propria età. La madre, pur essendo accondiscendente all’ideologia e alle narrazioni del marito, è più aperta di lui. È lei a fare da filtro tra figlie e padre. 

Le figlie sono divise tra social, selfie, voglia di farsi i capelli blu e adesione, anche se non in modo diretto, alle ragioni di chi si scontra in piazza; comunque, covano malumori e perplessità sulla professione e sulla condotta del padre.

Dal film “Il seme del fico sacro”: Iman e la moglie (Missagh Zareh e Soheila Golestani)

Ma in piazza scoppiano le proteste “Donna, Vita, Libertà”. Le figlie hanno amici che si ritrovano coinvolti nei cortei. Un’amica della sorella, colpita e sfigurata dalle pallottole della polizia, viene ospitata e curata a casa loro all’insaputa del padre; essa è solo una delle centinaia… C’è una scena, girata all’interno del salotto, in cui la madre ascolta dalla televisione la versione delle proteste data del regime, mentre in contemporanea le sorelle si stanno inviando video e testimonianze sull’agghiacciante realtà degli scontri.

Si apre così una spaccatura sempre più grande tra l’uomo, che vince pian piano riserve morali e ultimi dubbi, abbracciando il sistema e la logica della repressione, e le figlie che vedono le coetanee in lotta, che non credono alle teorie dei complotti internazionali, che sanno che a protestare non sono dei criminali, ma persone innocenti, arrestate, torturate e uccise, anche se ufficialmente dichiarate morte per “infarto” o “cadute da un ponte”.

Dal film “Il seme del fico sacro”: la moglie di Iman (Missagh Zareh) e la figlia (Mahsa Rostami)

Fin qui tutto scorre in una parvenza di normalità nella famiglia di Iman, ma quando la sua pistola (simbolo del potere) con il prolungarsi della rivoluzione svanisce nel nulla, tutto cambia: egli diventa uno scrupoloso poliziotto. Preda della paranoia, sospetta subito di moglie e figlie, imponendo loro anche un umiliante interrogatorio da parte di un suo collega psicologo, mettendo così a dura prova i legami familiari fino al tragico finale.

Lo smarrimento dell’arma del padre conduce all’apice la tensione e il nervosismo familiare al punto da spingere l’uomo a replicare gli sconvolgenti metodi di interrogatorio adottati dal regime, nei confronti della propria famiglia.

Il seme del fico sacro” mette a nudo il marciume del sistema giudiziario della repubblica islamica nel quale la carriera dei propri operatori è subordinata all’indiscutibile obbedienza.

Rasoulof racconta la battaglia che si consuma in Iran all’interno della famiglia, tra generazioni: le figlie, il padre e la madre, quest’ultima dilaniata tra l’amore per il marito e quello per le ragazze, ma che alla fine, sarà costretta a compiere una scelta. È un film in cui il regista fa largo uso di materiali e video dei social e promette una speranza per il futuro… È un film impegnato, indignato, rabbioso, altamente politico, un’accusa potente e senza sconti al regime, un sostegno a chi in Iran è sceso e continua a scendere in piazza nonostante la repressione (le condanne a morte per i dissidenti fioccano). Ma, e sta anche qui la straordinarietà della regia di Rasoulof, egli non scivola mai nello slogan e l’impegno politico non è né predicatorio né didascalico, ma si fa invece narrazione, diventa storia, storie, racconto, personaggi: una famiglia composta da genitori e due figlie, nel cui microcosmo il regista fa precipitare contraddizioni e lacerazioni di un paese in transito verso un futuro nebuloso.

“Il seme del fico sacro”, cast del film: da destra a sinistra, Setareh Maleki, Mahsa Rostami, Mohammad Rasoulof, Neyusha Akhshi, Amineh Arani (Wikimedia Commons)

Ultima ora

Sabato 25 maggio al Grand Theatre Lumiere, al termine della cerimonia di premiazione per il suo film “Il seme del fico sacro”, Rasoulof ha dichiarato “Ringrazio tutte le persone che hanno permesso di realizzare questo film. Spero con tutto il mio cuore che l’apparato oppressivo della dittatura finisca. Il popolo iraniano é stato preso in ostaggio. Il mio cuore è con il popolo iraniano che ogni ora e ogni giorno si sveglia con un nuovo disastro”. Il regista prosegue: “Attualmente innumerevoli persone sono in carcere, in particolare voglio ricordare Toomaj Salehi un noto rapper a rischio di esecuzione capitale solo per la sua creatività. Non permettete che la Repubblica Islamica tratti così il popolo”.

Ci sono stati oltre 15 minuti di applausi, un record, spesso interrotti dal grido ‘Donna Vita Libertà’. Il cineasta ha trattenuto l’emozione per tutto il tempo, mentre gli attori non sono riusciti a trattenere le lacrime, ed è uscito dalla sala ancora tra gli applausi scroscianti.

Reza Rashidy, giornalista, scrittore, attivista iraniano per i diritti umani


Immagine di copertina: “Il seme del fico sacro”, fotogramma dal film.