Per Grazia Marchianò, pellegrina d’Oriente. Testi di Silvia Ronchey, Gianluca Magi e Nicola Sani (prima parte)

Introduzione

A un mese dal ritrovamento del corpo di Grazia Marchianò nella sua casa-museo di Montepulciano, morta da alcuni giorni, pubblichiamo in due parti alcuni contributi di amici che con Grazia hanno avuto incontri e scambi intellettuali significativi, alcuni dei quali sul fronte del suono e della musica, dimensioni a cui Grazia era estremamente sensibile e vicina, oltre che della poesia. Da Gianluca Magi filosofo e orientalista, creatore assieme a Franco Battiato del centro interdisciplinare Incognita. Advanced Creativity di cui Grazia Marchianò era direttrice scientifica, al compositore Nicola Sani, attuale direttore artistico dell’Accademia Chigiana di Siena, a Leopoldo Siano ideatore del Theatrum Phonosophicum, allo storico dell’arte Saverio Simi De Burgis, al compositore e artista Nicola Cisternino.
Ad introdurre l’Omaggio riprendiamo, su gentile concessione, il testo pubblicato ‘a caldo’ il 13 Aprile su Repubblica da Silvia Ronchey, nota bizantinista e storica, profonda conoscitrice e compagna elettiva di Grazia Marchianò.

Nicola Cisternino, Grazia Marchianò Caminante 1 tra Oriente e Occidente, tecniche miste su carta cm. 29,5×42 (2024)

GRAZIA MARCHIANÒ CONOSCITRICE DI SEGRETI

di Silvia Ronchey

Ieri, nella sua casa di Montepulciano gremita di calligrafie su carta di riso e legni profumati d’Asia, Grazia Marchianò è stata ritrovata senza vita dai carabinieri, morta da giorni o forse settimane; morta sola, come sola era sempre stata, nel senso buono del greco monachòs: solitaria, isolata; ascetica, austera; ma di natura mite e generosa e di intelligenza aperta e molto amabile. Aveva 83 anni, negli ultimi si era fatta monaca buddhista e del monachesimo conosceva e praticava la durezza, del buddhismo non solo le dottrine, ma quella disciplina di distacco interiore che dominava, nella pratica, con cognizione stupefacente, dopo averla studiata per tutta la vita così a fondo da esserne una delle maggiori conoscitrici al mondo; sempre che mondo possa definirsi, nel suo caso, il luogo che abitava.

Era di carattere forte quanto schivo. Se è luogo comune, ma non per questo meno vero, che dietro ogni grande uomo sta una grande donna, dietro uno dei massimi pensatori contemporanei, Elémire Zolla, più di chiunque altro è stata lei. Sua compagna da subito dopo la morte di Vittoria Guerrini, nom de plûme Cristina Campo, aveva iniziato Elémire a quegli orienti, che avrebbero dalla fine degli anni 70 del Novecento ispirato sempre più fortemente il suo pensiero. Lei, formidabile erudita e studiosa, cattedratica a Siena di estetica comparata e di filosofie orientali, lei, minuta e fragile quanto temeraria e avventurosa, lo aveva trasportato fisicamente e intellettualmente in una sfera sapienziale ed esistenziale che Elémire aveva in giovinezza intuito, ma alla quale solo per mano di Grazia era compiutamente, seriamente approdato. Aliena agli snobismi, alle mondanità, ai salotti editoriali, quella compagna lo aveva condotto altrove, con infinito amore.

Un amore che l’aveva portata, se non certo a trascurare i propri studi, gli scambi accademici, le pubblicazioni scientifiche, le ricerche più specialistiche, a votarsi comunque a lui più che a sé stessa, a farsi schermo, come in un teatro d’ombre, degli scritti di lui; non ad annullarsi — troppo forte la sua personalità, troppo grande il suo dominio del sapere — ma certo ad assecondare un’innata tendenza, genuinamente orientale, a disfarsi dell’ego, se non dell’io.

Elémire Zolla e Grazia Marchianò

Alla morte di Zolla si era dedicata al suo lascito letteralmente anima e corpo, investendo ogni energia morale e fisica nella pubblicazione dei suoi opera omnia, criticamente editati, rigorosamente prefati e commentati; di lui aveva scritto una perfetta biografia, Il conoscitore di segreti (Marsilio); intorno alla sua memoria aveva costruito una cattedrale di carta di inespugnabile autorevolezza, così come sulle sue spoglie aveva eretto, nel cimitero storico di Montepulciano, di fronte al tempio di San Biagio, un sacro recinto, una tomba che era una sofisticata teca di simboli celesti, un esoterico temenon terrestre.

Da poco terminato questo suo ventennale compito, si era risolta a pagare il debito che doveva a sé stessa, al suo daimon: un libro, Interiorità e finitudine: la coscienza in cammino (Rosenberg & Sellier), al quale aveva consegnato le sue riflessioni più recenti. Vi esaminava i punti di tangenza tra le implicazioni della rivoluzione scientifica contemporanea e le tradizioni orientali, ma forniva anche, di queste ultime, un’esposizione magistrale, tanto sintetica quanto sistematica, scritta peraltro in una prosa magnifica. La sua analisi teorica delle implicazioni della “nuova”, in realtà antichissima, convergenza tra oriente e occidente, ravvivata dagli sviluppi del pensiero scientifico novecentesco, si faceva istanza pratica, toccava la questione ecologica, l’urgenza attuale di una spiritualità ecologica capace di costruire una cosmologia vivente e vitale, simile forse alla “mente naturale” dell’antica ecosofia confuciana. Nell’individuare il principio d’interconnessione tra mondo animale, vegetale, minerale, di indistinzione tra soggetto e oggetto, di fusione tra coscienza e materia, il pensiero originale di Grazia Marchianò, tessuto di esperienza mistica e padronanza filosofica, ci ha consegnato, nel suo ultimo libro, ma non solo, una visione della filosofia naturale che è anche una meditazione sulla natura della filosofia.

Monaci Shingon in pellegrinaggio sul Monte Kōya (Wikimedia Commons)

Nell’antico monastero di Koyasan, il Monte Koya, in Giappone, dove si era iniziata alla meditazione shingon, Grazia Marchianò aveva preso il nome di Shogen, doppio ideogramma che significa “ricongiunzione con le origini”. Shogen si è ricongiunta con le origini in un giorno imprecisato del mese più crudele forse, aprile, e anche questa imprecisione, questo dissolversi discreto, inosservato, è amabile parte di quella che era stata ed è ancora, se pur rifusa nella natura del tutto, la sua indimenticabile natura personale. 

Silvia Ronchey, professore ordinario di Civiltà bizantina all’Università di RomaTre

* (da La Repubblica del 13 aprile 2024, per gentile concessione) 

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‘Incognita’, Gianluca Magi e Grazia Marchianò

Per Grazia Marchianò

di Gianluca Magi

Bodhicitta

Consapevolezza del Risveglio.

Commemorazione di Grazia Marchianò.

Nell’inverno del 1984 conobbi Grazia. Fui invaso dalla sua capacità di scrutare il mondo della vita, della sua tellurica energia vitale, di risuonare rispetto alle cose, di riverberare un’esperienza vissuta nel profondo.

Grazia non soltanto conosceva, ma sapeva. La differenza tra conoscenza e sapienza è radicale. E l’assaporamento di quest’ultima, attraverso chi la possiede, può trasformare.

Quell’iniziale assaporamento fu l’abbrivo al mio studio in campo psicologico, a Padova, e poi filosofico, a Urbino; in quest’ultimo ateneo, insegnai a seguire per diversi anni.

Nel corso di quattro decenni le nostre strade s’incrociarono ripetutamente: nacque un’amicizia autentica, fraterna e una lunga collaborazione. L’ultima: la sua generosa co-direzione scientifica per i Mind Seminars a “Incognita”, il centro transdisciplinare a Pesaro che fondai con Franco Battiato.

Ora, da quell’inverno del 1984, attraverso Grazia che mi aprì alla “intelligenza del cuore” e a ciò che si intese per “principio dell’interiorità” in Oriente, Occidente e in ciò che sopravvive dei mondi indigeni, cercherò di tesoreggiare, con rinnovata volontà, quel pensiero che ha tramato Grazia.

Quel pensiero in sanscrito si chiama bodhicitta, “consapevolezza del Risveglio”. È una finalità che Grazia raggiunse nella sua lunga vita, rendendo complici l’uno dell’altro azione e contemplazione, pensiero ed esperienza, mente e cuore. Con integrità, intimità ed estrema vigilanza, anche cognitiva. Riconoscendo nel caos un ordine incognito ma presente.

Da Grazia ho inoltre appreso che la vita priva d’Immaginazione si riduce a banale sopravvivenza: si può conoscere ma non comprendere; si può sapere, ma non sentire. Si può sentire quando la Mente scende nel Cuore: una mente cordiale.

Grazia disponeva di una mente cordiale: una mente che si muove e un cuore che si commuove; una mente che ragiona e un cuore che risuona; una mente che comunica e un cuore in comunione, per parafrasare François Cheng.

Sul piano grossolano ora Grazia non c’è più. 

Sul piano sottile si è risvegliata in noi. 

Non solo nella memoria.

Gianluca Magi, filosofo orientalista, fondatore assieme a Franco Battiato di Incognita Advanced Creativity 

Grazia Marchianò

Con Grazia Marchianò

di Nicola Sani

Ho conosciuto Grazia Marchianò a Siena, grazie alla nostra comune amica, la compianta Marilisa Cuccia, che quando giunsi all’Accademia Chigiana faceva parte del consiglio di amministrazione della prestigiosa Istituzione senese. Ad unirci fu prima di tutto la passione per la musica di Giacinto Scelsi che lei vedeva come lo specchio nei suoni del pensiero di Elémire Zolla. Ma erano profondamente vicine le nostre sensibilità, lo sguardo comune nell’osservare le cose, sguardo che si trasferiva all’ascolto e al modo di ascoltare. I suoni, le parole, i gesti sonori.

Non è stata ancora abbastanza approfondita la natura musicale del pensiero di Grazia Marchianò, ammesso che sia stata individuata, nel suo approccio metodologico e nel suo rapporto con l’analisi e la sistematizzazione dei testi che costituiscono il lascito del pensiero di Elémire Zolla. Sarà però un tema da non sottovalutare. Le sue espressioni erano profondamente permeate dalla musica e dalla sonorità. Nel testo preparatorio per uno dei suoi ultimi interventi in pubblico a proposito di ‘Complementarità e completezza nel sottosuolo mentale di Elémire Zolla’, in occasione del Convegno internazionale Il conoscitore di segreti: Il lascito intellettuale di Elémire Zolla (1926-2002) per i vent’anni della scomparsa del grande studioso, scrittore, filosofo e storico delle religioni, Grazia Marchianò scriveva : “La mia apertura filosofica sulle consonanze e le dissonanze tra i lasciti di Occidente e Oriente, e l’attenzione a prospettive in campi anche lontani da quelli strettamente umanistici, mi sono state alleate nel cogliere la natura polifonica di un  pensiero che ha utilizzato la complementarità in funzione della completezza”.

Elémire Zolla

La sua individuazione di consonanze e dissonanze nelle tracce della storia dell’umanità, l’esplorazione della natura polifonica del pensiero, sono espressioni musicali che ci portano a considerare la sua individuazione di un metodo attraverso il quale considerare l’opera zolliana da una prospettiva assolutamente sorprendente. Un ragionamento, quello di Grazia Marchianò, che affonda le sue radici nella conoscenza dell’opera di Frank Wilczek, scienziato premio Nobel per la fisica nel 2004 e con particolare riferimento a “Interiorità e finitudine”, il libro che lei considerava in una certa misura un’integrazione e una continuazione della ricerca di Elémire Zolla. Polifonia come compresenza, accordo come inclusione, armonia come simultaneità, parola come pluralità, che ci portano a individuare la scrittura zolliana nella sua evoluzione nei decenni, come formulazione strategicamente polifonica. Il conflitto tra consonanza e dissonanza si riflette nella dicotomia tra Oriente e Occidente e nella contrapposizione tra le figure mitiche di Orfeo e Prometeo.

Ricordo che quando Grazia Marchianò mi mise a conoscenza di queste sue considerazioni rimasi folgorato, come se trovassi una conferma delle mie intuizioni legate all’ascolto della musica di Scelsi in una consapevole dimensione della contemporaneità. Ripensando Michelstaedter, Grazia metteva in evidenza come la psiche sia il gradino inferiore della zona della spiritualità, che è una consapevolezza sottile e completa dell’essere nel mondo. Secondo la dimensione indiana lo spirito non è altro che la propria capacità di respirare. È una nozione molto “fisicistica”, al contrario di quello che si pensa. La spiritualità è la capacità di essere consapevoli dell’essere in vita respirando. E in questo, spiegava Grazia, non c’è niente di trascendentale.
Mi restano di Grazia Marchianò, oltre ai preziosi volumi degli scritti di Zolla da lei scrupolosamente curati e organizzati, con le sue illuminanti introduzioni (e a proposito della sua visione musicale trasversale invito a leggere l’episodio dedicato al profilo di Marius Schneider in ‘Uscite dal mondo’) tanti suoi messaggi scambiati anche fuggevolmente nelle nostre giornate, i ricordi delle sue visite a Siena per i concerti e i convegni della Chigiana, il ricordo dei suoi fiori dorati e infine, il suo ultimo, messaggio, dopo la scomparsa quasi negli stessi giorni, di mia mamma e di Marilisa Cuccia. Sono parole intense e profonde, che porterò per sempre dentro il mio cuore immerse in un silenzio di profonde antiche erranti risonanze.

Nicola Sani,  compositore,  Direttore Artistico dell’Accademia Chigiana di Siena