Per un’etica ambientale e universale, alla ricerca del bene comune attraverso “lo sguardo dell’altro”, di Diego Lorenzi

Uno dei temi più rilevanti, in merito all’attività della nostra Associazione culturale Finnegans e del Centro studi L’Albero del Bene è quello che si riferisce alla ricerca del bene comune attraverso lo sguardo dell’altro. Un rapporto che ci spinge ad una corrispondenza interiore ed esteriore con tutti gli esseri viventi, favorendo una riconversione in senso radicalmente ecologico dell’umanità. Perché un altro modo di essere e di vivere è possibile. Partendo anche da una serie di contraddizioni – solo apparenti – che contribuiscono ad un vivace ‘cortocircuito’ delle idee, che tuttavia hanno il pregio di ravvivare un dibattito che, ahinoi, sta languendo. Come ci dimostra il filosofo-psicanalista argentino Miguel Benasayag tra qualche riga.

In questi ultimi tempi, al di là delle terribili questioni di natura umanitaria, etica e sociale che riguardano i sanguinosi conflitti in corso – che stanno mettendo a dura prova molte nostre certezze sedimentate dopo decenni di incessante lavorio di ricerca scientifica e intellettuale – si è affacciato all’orizzonte il complesso tourbillon sulla disputa climatica, che ci pone difronte ad assillanti interrogativi a proposito delle ragioni e dei torti, che si presentano quotidianamente al nostro sguardo indaffarato con stupefatta rarefazione della verità.

Foto di Mika Baumeister (Unsplash)

Le dispute, naturalmente, riguardano le riflessioni intorno allo stato comatoso del nostro pianeta, avvalorate da importanti studi in materia e da conseguenti esempi indiscutibili, uno per tutti: il riscaldamento globale che innalza le temperature, ad iniziare da quella degli oceani, provocando lo scioglimento dei ghiacciai e quindi l’impossibilità per molti animali di trovare il cibo necessario per sopravvivere. Per non parlare delle ricadute sull’uomo, con i problemi legati alle siccità, alle carestie, all’esodo di milioni di persone costrette ad emigrare. Il tutto accompagnato da ragionevoli richiami allarmistici, che dovrebbero servire per iniziare un doveroso cambiamento di rotta nei riguardi di un modello consumistico che sta provocando danni irreparabili alle risorse del pianeta.

Riflessioni che si stanno dirigendo, specularmente, anche in direzione opposta (e ostinata…), addebitando un eccessivo allarmismo ai tanti ‘profeti di sventura’ che affollano il dibattito sulla crisi ambientale, ritenuta da costoro poco più che un’esasperazione ‘naturale’, ovvero un’irritazione della natura che può essere tenuta tranquillamente sotto osservazione e ‘governata’ con interventi mirati e specifici, disponendo al giorno d’oggi di apparati tecno-scientifici in grado di contrastare anche i fenomeni naturali più problematici. Per molti di noi non è così, ma per altrettanti, invece, è un prezioso alibi per continuare a saccheggiare impunemente il pianeta.

Ghiacciaio che si scioglie, foto di Joshua Woroniecki (Pexels)

Cambio di prospettiva

A questo punto, per approfondire un po’ la questione, è necessario cambiare la prospettiva, inserendo qualche ulteriore riflessione che sbalzi di sella le due differenti posizioni. E lo spunto è arrivato puntuale qualche settimana fa, per mezzo di un’intervista, ospitata ne La Lettura del Corriere, al filosofo e psicanalista argentino, naturalizzato francese, Miguel Benasayag, autore di molti saggi che hanno indagato la complessità contemporanea, ovvero il caos generato dalle continue minacce globali, dalle pandemie alle guerre, dai cambiamenti climatici alla violente disuguaglianze prodotte da un capitalismo rapace, tiranno e incontrollato e dal desiderio di sicurezza che sta prendendo il sopravvento a discapito anche della liquidazione delle libertà fondamentali.

Miguel Benasayag al convegno “LA MACCHINIZZAZIONE DELL’UOMO E L’UMANIZZAZIONE DELLA MACCHINA”, 25 agosto 2022, Meeting di Rimini

Ebbene, Benasayag, il cui passato brilla nella memoria come una piccola stella ideale, avendo lottato armi in pugno contro le feroci dittature dell’America Latina, subendo il carcere e le torture e riuscendo infine – in virtù della doppia cittadinanza argentina e francese – a riparare in Francia, dove ha continuato il suo impegno politico come attivista, medico e psicanalista, a favore soprattutto dei giovani e delle persone più disagiate.

Siamo circa a metà degli anni Ottanta quando avvia il suo progetto umanitario e sociale, denominato Malgré Tout, con un collettivo che agisce a sostegno della lotta a favore dei diseredati delle banlieue francesi, organizzando laboratori, corsi di cultura popolare, piccoli eventi di poetry slam (competizioni tra poeti), manifestazioni artistiche e teatrali, “cercando di abitare il presente in modo diverso, come una realtà di gioia”. E, quindi, lasciando da parte il pessimismo, perché “il pessimismo è un lusso che i poveri non possono permettersi”.

Senzatetto parigino in una mensa comunitaria (Freepik)

Non possiamo cambiare il mondo senza disturbare

Ditelo ad un operaio in cassa integrazione, o disoccupato, di angosciarsi perché la sua auto scassata del 1999 inquina troppo o contribuisce al disastro ambientale. O a una mamma single e precaria di struggersi davanti agli scaffali del supermercato perché le banane non sono biologiche. E di preoccuparsi più delle guerre in corso che delle scarpe del figlio che cresce troppo in fretta, o riflettere sugli scenari internazionali anziché pensare come tirare avanti in una periferia urbana degradata. Conflitti, riscaldamento globale, mancanza di risorse per tutti sono problemi drammatici destinati a cambiare le nostre società e quello che pensavamo sarebbe stato il futuro. Ma troppi intellettuali scelgono in modo narcisista di dire che tutto è finito. Quindi, basta con i profeti dell’Apocalisse!”. (Miguel Benasayag)

È decisamente una riflessione che cambia radicalmente il nostro punto di vista, o meglio, che indirizza l’angolazione verso altre prospettive. Mettendo in moto, comunque, la speranza nel cambiamento nonostante il pianeta si avvii verso la distruzione. Perché non tutto è finito, come afferma Benasayag nella sua recente pubblicazione L’epoca dell’intranquillità (Vita e pensiero). Aggiungendo che non si tratta di sperare (ricordando Spinoza per cui la speranza è una passione triste perché diminuisce la potenza di agire), ma “di capire, con umiltà e sforzo, dove continua la vita in un mondo così difficile”.

Concetto espresso anche nel celebre saggio del 2003 L’epoca delle passioni tristi, un fortunato bestseller scritto con un altro psicanalista, Gérard Schmit, soprattutto per le nuove generazioni, contro il cinismo, il nichilismo, la rassegnazione, il disincanto, opponendo invece le passioni gioioselegate all’impegno e alla solidarietà. Un ideale, che, nel nostro piccolo, anche noi cerchiamo ogni giorno di concretizzare.

Diego Lorenzi, fondatore della rivista culturale Finnegans e presidente dell’Associazione omonima

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Immagine di copertina
L’incontro di due ‘sguardi’ (Foto Freepik)